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XL intervista i gemelli Dessner

Il 30 giugno scorso, poco prima della data romana all'Auditorium Parco della Musica, Bryce e Aaron Dessner hanno concesso una lunga intervista a XL, periodico di Repubblica. I ragazzi, tra molte altre cose, hanno parlato dell' ultimo lavoro studio della band, Trouble Will Find Me, e dei loro progetti paralleli Dark Was The Night, The Long Count e Ciao My Shining Star.

Ecco alcuni frammenti.

Ciao Aaron. Ciao Bryce. Prima di arrivare a parlare del più recente lavoro dei National, concentriamoci un po’ sulle vostre attività slegate dalla band. Siete stati la mente e il braccio dietro tutta l’iniziativa Dark Was The Night che, oltre ad aver portato a oltre un milione di dollari di incassi dalle vendite dell’album (devoluti alla Red Hot Organization, che è un’organizzazione internazionale dedicata alla lotta contro l’AIDS) vi ha visto collaborare e con quelle che possono essere definite le migliori menti della nostra generazione. Fino agli anni Novanta era possibile riconoscere delle affinità sostanziali nelle band affiliabili a determinate categorie musicali, oggi i contorni sono decisamente più sfumati e ibridati. E anche voi infatti avete coinvolto artisti contemporanei, diversissimi tra di loro e provenienti dalle esperienze più diverse. Aldilà dei gusti personali e di un evidente talento, cosa c’è, secondo voi, che lega nomi come Bon Iver, National, Antony, Blonde Redhead, Cat Power, Arcade Fire, Grizzly Bear, David Byrne, Feist, Sufjan Stevens, Dirty Projectors? Uno dei più famosi gruppi punk italiani gridava “Fedeli alla linea anche quando la linea non c’è”. Nel vostro caso, qual è la linea?

Bryce: «Quando abbiamo registrato Dark Was The Night l’idea alla base era proprio dimostrare quanto, nonostante le diversità di sound che si possono trovare nella nostra generazione, è possibile riscontrare però una ben specifica attenzione nella scrittura delle canzoni. Soprattutto nei cantanti solisti c’è questa volontà di confronto e di condivisione verso il proprio lavoro. Che sia musica soul o musica funk, che siano performer artistici a tutto tondo come Antony o musicisti folk come Sufjan Stevens, nonostante le diversità di genere e stile, si può sempre percepire un legame che li unisce tutti. E noi abbiamo pensato di mostrarlo apertamente».

Aaron: «Pensate ai nomi coinvolti. Siamo tutti musicisti interessati a creare qualcosa. A costruire architetture sonore, a fare un lavoro di artigianato sul brano. Di espressione nei testi. Sinceramente non troviamo punti di contatto tra noi e band come gli Strokes, ma ne troviamo molti con gente come gli Arcade Fire. Perché c’è una generazione di artisti più interessata a seguire lo stile delle mode del momento piuttosto che alla creazione artigianale delle canzoni. Ecco, noi ci sentiamo affini a quelle band che prediligono la creazione sullo stile».

Bryce: «Agli artisti che abbiamo coinvolto nel progetto non interessa finire in radio, non gli interessa seguire mode, né di flirtare col mainstream. Gli interessa essere se stessi. Con tutti i rischi che questo può comportare, ma anche con tutta l’onestà possibile nei confronti del loro pubblico».

Alcuni vostri brani sono stati utilizzati come colonne sono per film (penso a Warrior) altri invece li avete realizzati specificatamente per serie tv (Game Of Thrones). Thom Yorke parlava di quanto fosse liberatorio caricare i brani online appena composti senza dover per forza aspettare i tempi della realizzazione di un album. Nell’era della condivisione di massa, di iTunes e del download dei singoli brani, qual è il motivo per cui si fanno ancora gli album? 

Aaron: «Abbiamo ancora una visione romantica e nostalgica riguardo agli album, e questo si riflette nel fatto che non realizziamo singoli. Perché, fin dall’inizio del processo creativo, noi iniziamo a comporre già con l’ìdea che quella sere di cose avrà poi senso in un insieme più grande. Questo vale soprattutto per Matt (Berninger, la voce e i testi dei National, ndr), perché non riuscirebbe mai a esprimere tutto quello che vuole in una singola canzone, ma ha bisogno di portare avanti un discorso più completo. Lui parla sempre di diverse persone e diverse esperienze e per farle arrivare agli ascoltatori deve necessariamente coinvogliarle in qualcosa di più ampio rispetto al singolo brano. Per questo, dal mio punto di vista, è anche sbagliato ascoltare le canzoni al di fuori del loro contesto naturale. È come estrapolare frammenti di un discorso dal loro contesto e necessariamente ne usciranno impoveriti. Però mi rendo anche conto che la gente vuole e deve poter fruire la musica come meglio crede!».

Bryce: «Ci capita anche di comporre delle canzoni che riteniamo molto buone ma che magari non rispettano a pieno lo spirito dei National, oppure non stanno bene all’interno dell’album che stiamo componendo al momento, e quindi preferiamo lasciarle da parte. Magari arriverà il tempo per loro. O forse no. E questo è il motivo per cui lavorare ad un album può forse metterci addosso più pressione ma sicuramente, alla fine, darà un’idea più coerente della nostra musica».

Parliamo della vostra più recente fatica: Trouble Will Find Me. Di fronte a questo album c’è stata l’attenzione e la tensione che solitamente si tributa al “difficile terzo album”. Considerato però che voi non siete nati in realtà con The Boxer e High Violet, come l’avete affrontato? Matt in diverse interviste ha dichiarato che è stato il primo album scritto senza pensare di dover dimostrare per forza qualcosa. Voi?

Aaron: «È vero, Matt è stato sicuramente quello che si è divertito di più! E se pensi che lui è quello più ambizioso tra di noi, questo rilassamento ha inciso anche sul nostro lavoro e ci ha messi nella posizione migliore per comporre musica più velocemente. Ma pur impiegando meno tempo del solito a comporre, ti garantisco che per noi è stato il solito processo teso.

Per questo, pensando a Trouble Will Find Me, “rilassante” non è proprio la prima parola che mi verrebbe in mente. Anzi, non è stato rilassante proprio per niente!».

Bryce: «Già. La composizione è sempre un processo assurdo su cui impazziamo sempre un po’, soprattutto lui (indica il fratello) che diventa proprio matto. Comunque è vero che stiamo crescendo e diventando più pazienti con questo tipo di processo. Ci preoccupiamo meno di tutte quelle cose che vanno aldilà del nostro controllo e che possono eventualmente andare storte. Diventando più pazienti, diventiamo più consapevoli e alla fine questo sta diventando il nostro metodo. E quindi sì, da questo punto di vista, probabilmente, è stato anche il nostro lavoro più rilassato. The Boxer e High Violet sono stati decisamente più complicati da gestire».

Aaron: «Questo è vero. Alla conclusione di High Violet eravamo, per la prima volta, in una atmosfera più sana, in una sorta di limbo di tranquillità. Più a nostro agio tra di noi come entità e come famiglia rispetto ai tempi estenuanti delle lavorazioni di Alligator e The Boxer, alla fine delle quali eravamo completamente esausti. Alligator e The Boxer ci avevano lasciato degli straschici enormi, anche e soprattutto a livello personale, nei riguardi delle nostre famiglie. Perché quando alla fine, tra album e tour, stai via di casa per quasi due anni è facile e quasi ovvio che la tua vita personale ne risenta. Per questo, concluso High Violet siamo stati molto più attenti e pur sentendo la stanchezza, percepivamo quell’energia positiva e creativa che ci ha fatto trovare la giusta alchimia per arrivare a comporre quest’ultimo album. Ad essere onesti non c’abbiamo neanche provato a farlo succedere. È successo e basta».

Nick Hornby in Alta fedeltà si chiedeva: si ascolta un certo tipo di musica perché si soffre o soffriamo perché ascoltiamo quel certo tipo di musica?

Aaron: «Perché soffriamo, senza dubbi. Ascoltiamo questo tipo di musica perché soffriamo. Non penso che la musica triste faccia soffrire, anzi, a dirti la verità, a me la musica triste mette di buon umore».

Bryce: «Infatti. Credo che la gente ascolti musica triste proprio perché non vuole soffrire. È come leggere quelle tragedie che ti fanno pensare che sì, insomma, la tua vita non faccia proprio schifo!».

Aaron: «Così anche come nei testi di Matt. Lui esplora quelle tematiche, quegli abissi cupi e oscuri così da non essere costretto a viverli. Oppure li ha vissuti in precedenza e in questo modo riesce a non viverli più. È un’operazione catartica che ti porta a stare meglio».

A questo link l'intervista completa.

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Sei ore di "Sorrow"

La band ha annunciato una particolare collaborazione con l'artista islandese Ragnar Kjartansson per il suo nuovo progetto, "A Lot Of Sorrow". Il 5 maggio Matt e soci si esibiranno al MoMA PS1, nei pressi di New York, suonando "Sorrow"  per sei ore consecutive.

"Questa lunga performance dovrebbe mostrare come la ripetizione della musica possa creare una presenza concreta all'interno del suono. Non c'è ironia nell'idea alla base di questo progetto di Ragnar, ma solo humor ed emozione, e il tentativo di trovare qualcosa di comico nel tragico e viceversa." (Fonte)

I biglietti sono già disponibili a questo link.

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Crossing Brooklyn Ferry 2013

Crossing Brooklyn FerryAnche quest'anno Aaron e Bryce Dessner organizzano il Crossing Brooklyn Ferry, festival che sarà ospitato dalla Brooklyn Academy of Music i prossimi 25, 26 e 27 aprile.

Hedliner delle tre serate previste per l'edizione 2013 saranno, rispettivamente, The Roots, Solange e TV on the Radio. Bryce si esibirà inoltre insieme a Clara Claus nella serata di sabato.

Oltre alle performance musicali sono previste proiezioni cinematografiche e un DJ set a cura di Scott Devendorf, affiancato da Baio dei Vampire Weekend.

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Aaron Dessner tra gli organizzatori del Boston Calling

Aaron DessnerÈ programmato per i prossimi 25 e 26 maggio il Boston Calling, prima edizione del nuovo festival rock di Boston che si prospetta essere ai livelli del Lollapalooza di Chicago, del Jazz Fest di New Orleans o del Governors Ball di New York. Richiamerà circa 20'000 fans per uno show multistage, con artisti del calibro di The National, Fun, The Shins, Of Monsters and Men, the Walkmen, Andrew Bird, the Dirty Projectors, Matt & Kim, Cults, Youth Lagoon, e altri (lineup).

L'idea è nata da Brian Appel e Mike Snow, fondatori di Crash Line e collaboratori della radio WFNX, che hanno notato la mancanza di un festival musicale di grande portata nella loro area e che hanno pensato di permettere alle voci delle nuove generazioni di esibirsi in una location che verrà rivalutata con questo grande evento che sperano duraturo: la City Hall Plaza.

Tra gli organizzatori del Boston Calling c'è Aaron Dessner, chitarrista dei The National, che ha colto al volo la proposta di curare l'evento scegliendo, in collaborazione con Bowery Presents, una lista di artisti, tra i quali Bird, Youth Lagoon e the Walkmen. Aaron ha affermato che proprio nella selezione di band per un festival di due giorni, con un pubblico vario di 20 000 persone, bisogna aprire a generi diversi, senza soffermarsi su un solo stile.
I biglietti sono disponibili su bostoncalling.com e ticketmaster.com.

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Il documentario di Tom Berninger al Tribeca Film Festival

Il documentario sui The National curato da Tom Berninger è finalmente pronto: si chiamerà Mistaken For Strangers e sarà presentato al prossimo Tribeca Film Festival il 17 aprile, seguito da una performance della band.

Il film, prodotto da Matt, la moglie Carin Besser e Craig Charland, segue il gruppo durante il tour mondiale di High Violet, ad oggi il più lungo mai intrapreso da Berninger e soci. Produttore esecutivo della pellicola è Marshall Curry, con il quale i The National avevano già collaborato per le colonne sonore di Racing DreamsIf a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front.

Un prima versione del documentario, nota come Summer Lovin' Torture Party, aveva già debuttato nel maggio del 2011 al MusicNow di Cincinnati.

Aggiornamento del 15/04/2013: guarda il trailer del nuovo film-documentario: "Mistaken for Strangers"

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